La Fiesta immobile del Pd
Per essere la sua prima festa nazionale estiva, quella del Pd che comincia domani a Firenze ha qualcosa di caliginoso. Sarà la fissità stagnante della leadership veltroniana, nata col favore delle stelle a vocazione maggioritaria e già insabbiata nelle macchinazioni di una vecchia classe dirigente che nella sconfitta elettorale ha preteso d’issare le tende dell’assedio.

Per essere la sua prima festa nazionale estiva, quella del Pd che comincia domani a Firenze ha qualcosa di caliginoso. Sarà la fissità stagnante della leadership veltroniana, nata col favore delle stelle a vocazione maggioritaria e già insabbiata nelle macchinazioni di una vecchia classe dirigente che nella sconfitta elettorale ha preteso d’issare le tende dell’assedio. Il guaio è che W. si è prestato all’imboscata, dal momento in cui ha rinunciato ad appellarsi al proprio popolo per marcare la discontiunità con l’Unione prodiana e sorreggersi all’interlocutore naturale del fronte riformista. Cioè il Cav. Oggi Veltroni è costretto a grattarsi i polsi abrasi dalla catena che lo ammanetta al giustizialismo dipietrista; mentre la Margherita è tornata a dividersi tra prodiani antipatizzanti e popolari pronti a far pesare le tessere congressuali (Rutelli non perviene), e gli ex Ds a trazione dalemiana trattano il segretario come uno sbandieratore d’idee in attesa che arrivi Bersani.
Oltretutto W. fatica maledettamente a mediare tra gli oligarchi di sempre e i più coraggiosi sindaci del nord, come Chiamparino, che hanno preso molto più seriamente di lui la speranza di liberare il Pd dalle incrostazioni della burocrazia romana. Il valoroso pensatore veltroniano Giorgio Tonini ammette con candore che, se continua così, il Pd farà la fine dell’Unione. Con la differenza che Veltroni non aveva un’alleanza calcinata sotto i piedi, ma un sogno nuovo e rorido e la possibilità di coltivarlo con il Cav. (che non è stato invitato alla Fiesta immobile del Pd e pare un omaggio alla sua freschezza).